Normal People: intervista esclusiva ai protagonisti e al regista della serie, dal 16 luglio su StarzPlay

Il 16 luglio, arriva finalmente anche in Italia, su StarzPlay, Normal People, la serie tv tratta dall’omonimo e acclamatissimo romanzo di Sally Rooney.

Grazie al passaparola seriale sui social e al buon riscontro ottenuto su Hulu e BBC Three, la serie è attesissima dal pubblico italiano, e conferma l’ennesimo colpo messo a segno dalla piattaforma streaming di Lionsgate, che arricchisce così il suo catalogo dopo altri interessanti titoli come The Great e P-Valley, per citare i più recenti.

Normal People ha riscosso grande successo durante il periodo di lockdown nel Regno Unito, dove ha ottenuto circa 16 milioni di visualizzazioni nella prima settimana dal rilascio.

 

Nel cast della serie, composta da 12 episodi da 30 minuti, Daisy Edgar-Jones nel ruolo di Marianne, e Paul Mescal, nei panni di Connell che, proprio durante il lockdown, abbiamo intervistato per parlare un po’ dello show.


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Cosa vi è piaciuto di più dei vostri personaggi e in cosa vi siete sentiti affini con loro?

Paul
Adoro Connell e, proprio come lui, so cosa vuol dire passare dall’essere molto popolari a scuola al trasferirsi in un altro contesto per studiare qualcosa di completamente diverso. Credo che questo sia uno degli aspetti che Sally è riuscita a descrivere meglio.

Daisy
Anche io adoro Marianne! Mi piace che sia un personaggio complesso, stratificato, difficile da trovare tv: è ricca di sfumature, è dolce, divertente, è come le donne che esistono realmente e che vedo ogni giorno intorno a me. Mi ritrovo molto in lei per quella sensazione che vivi nel passaggio dalla scuola al college, in quel un periodo in cui cambi e puoi reinventarti. Nella serie ci sono anche aspetti che non ho vissuto personalmente e questa è la parte bella dell’essere un’attrice: poter scoprire anche cose che non hai vissuto direttamente.

 

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Qual è il vostro episodio preferito?

Paul
Difficile sceglierne uno! Dipende molto da qual è il mio umore, ma l’episodio 5 per esempio mi piace per il modo in cui i due protagonisti riescono a “ritrovarsi”.
Anche l’episodio 12 mi è piaciuto molto, ma forse sono la persona peggiore cui fare questa domanda: mi piace tutto dello show! (ride)

Daisy
Io direi episodio 2 e 11. Il 2 perchè è il racconto della loro prima volta insieme ed è così vera, realistica, anche imbarazzante; l’11 per il modo in cui alla fine riescono finalmente a stare insieme definitivamente – ma non voglio fare spoiler  – ed è così bello!

 

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C’è la possibilità di una seconda stagione?

Daisy
Non dipende da noi, ma da Sally e se voglia portare avanti il racconto o meno. In fondo mi piace l’idea di non sapere quello che succederà loro in futuro, perché in un certo senso, così, non devo dirgli addio!

 

Riguardo alla sfida maggiore affrontata nell’interpretare Connell e Marianne, entrambi nel corso dell’intervista si sono trovati d’accordo su quanto sia stato complicato mantenersi fedeli al romanzo: “quando sei uno dei personaggi al centro di un romanzo molto amato degli ultimi anni, la difficoltà più grande è quella di riuscire a riprodurlo sullo schermo senza scontentare nessuno e cercando di fare in modo che gli spettatori possano amarlo e riuscire a relazionarsi con lui tanto quanto hanno fatto leggendo”, ha detto Paul.

Sulla sfida più difficile affrontata dai personaggi invece, Daisy ha aggiunto: “è interessante come loro riescano a confrontarsi su temi molto alti, anche filosofici, ma poi non riescano a farsi domande banali, semplici, che riguardano loro e la loro relazione.

E riguardo l’aver letto il libro prima di interpretare Marianne ha aggiunto: “il libro è tutto: non avrei potuto recitare senza averlo letto e penso che nessuno ci riuscirebbe, perché ti permette di entrare davvero nei personaggi, di capirli profondamente, comprendere perché sono quello che sono. Sally ha fatto un lavoro eccellente anche solo descrivendo come parlano o interagiscono, e per noi è stato fondamentale. Così abbiamo capito come il loro dialogare fosse una sorta di flusso unico, di balletto”. 

Due personaggi incredibili, Connell e Marianne, nei quali è difficile non rispecchiarsi: “I protagonisti sono scritti con un’anima: spesso capita ci siano storie in cui i personaggi sono scritti nella pietra, troppo perfetti nella loro essenza ed è impossibile per lo spettatore entrarci in sintonia. Sally invece ha scritto personaggi veri, reali, nei quali lo spettatore può ritrovare le sue stesse emozioni, per questo è più facile.

 

La nostra chiacchierata è proseguita con Lenny Abrahamson – che ha diretto alcuni episodi della serie insieme a Hettie Macdonald – e con Emma Norton e Ed Guiney produttori esecutivi.

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Cosa vi ha colpito del romanzo di Sally Rooney? Vi aspettavate tutto questo successo?

Ed Guiney
Abbiamo letto il romanzo due anni fa quando ancora non era stato ancora pubblicato ed era stato inviato ai produttori e canali televisivi del mondo, e l’abbiamo subito amato. Dopo averlo letto lo abbiamo lavorato insieme a Lenny, con il quale abbiamo realizzato diversi film e abbiamo pensato che la storia gli sarebbe piaciuta, infatti è stato così. Sapevamo di avere tra le mani un progetto importante. Poi per aiutarci a ottenere i diritti del libro, la BBC ci ha praticamente garantito la realizzazione della serie, quindi abbiamo avuto la possibilità di andare da Sally e dirle ‘
se otterremo i diritti del libro, con Lenny alla regia, ti promettiamo che realizzeremo la serie’.

Emma Norton
Tutti sapevamo che quello che avevamo creato aveva qualcosa di speciale, l’abbiamo capito dall’interpretazione, c’era qualcosa di naturale e insolito. Ma l’impatto e la risposta del pubblico sono state molto più elevate di quello che ci aspettavamo. E penso che gran parte sia da attribuire a quello che era importante per il pubblico in quel momento, dalle emozioni che provavano alle cose più pratiche, come le abitudini di visione. Avere l’opportunità di consegnare al pubblico una serie tv che dà priorità all’intimità e alla connessione umana, in un momento in cui le persone non potevano provarla, ha permesso alla serie di trovare il suo pubblico. Ovviamente, siamo felicissimi che il pubblico l’abbia gradita così tanto.
Riguardo il processo di adattamento complicato, proprio perché sulla base di un romanzo così originale, Lenny ha affermato: “probabilmente la cosa più complicata da adattare è l’interiorità dei due protagonisti. Il romanzo racconta cosa provano e come vedono l’altro, come lo percepiscono, ed è sempre difficile in video riprodurre questa interiorità. Credo che quello che è stato fatto sia frutto di una scrittura di talento, da Sally e da Alice Birch [sceneggiatrice della serie insieme a Mark O’Rowe, ndr], che sono riuscite a riprodurre nelle scene e nei dialoghi i pensieri dei personaggi. Inoltre non volevamo una serie con tanti dialoghi, doveva essere tutto reale, naturale. È stata una sfida perché quando hai tra le mani un buon romanzo devi raggiungere degli standard molto alti, perché il pubblico conosce già la storia e la ama. Quindi l’unica cosa che potevamo fare era trovare gli attori giusti, lavorare moltissimo alle sceneggiature e poi girare le scene con delicatezza e attenzione nei dettagli.
Su Sally Rooney, definita da molti “la prima autrice millenial”: “credo sia una un’etichetta carina da attribuire a Sally Rooney ma allo stesso tempo penso che la ridimensioni. Lei è una millenial e ha a che fare con personaggi in quella fascia d’età, ma lo fa con la stessa profondità di ogni altro autore dell’ultimo decennio. Credo sia un’ottima autrice che scrive di quello che conosce meglio, e ovviamente va a catturare il sentimento di quella generazione che sa cosa si sta raccontando e ne riconosce la veridicità. Ma non mi stupirebbe vedere che Sally si butti in nuovi territori e altri generi, e lo farà con la stessa capacità e veridicità”.


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Come è avvenuta la scelta delle location, c’è una relazione tra queste e l’introspezione del racconto?

Emma Norton
Quando Sally ha visto il set della casa di Marianne, ha detto che era esattamente come l’aveva immaginato nella sua testa.

Lenny Abrahamson
Le location sono state scelte in modo da essere veritiere, credibili e interessanti. Luoghi in cui potevamo realizzare un qualcosa che sembrasse “giusto”. Alcuni registi hanno questo modo di lavorare crudele, prestano attenzione alle luci, ai colori, per me invece è più organico.

 

 

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