Bang Bang Baby: la mala, Milano e gli anni ’80 nella nuova serie Prime Video

Arriva il 28 aprile la nuova serie original italiana Bang Bang Baby, il crime drama in 10 episodi ambientato a Milano negli anni Ottanta.

Ph: courtesy of Prime Video Italia

La trama di Bang Bang Baby

Bang Bang Baby è un crime drama in dieci puntate ambientato nel 1986 e racconta la storia di Alice, adolescente di 16 anni che vive in una cittadina del Nord Italia. La sua vita di teenager cambia all’improvviso quando scopre che il padre che credeva morto in realtà è ancora vivo.
È l’inizio di una discesa agli inferi, per Alice, che per amore del padre si tuffa nel pericoloso mondo della malavita, facendosi sedurre dal fascino del crimine.
Quando cercherà di tirarsene fuori, forse sarà troppo tardi.

Creata da Andrea Di Stefano, diretta da Michele Alhaique (ep. 1-2-3-4-7-8), Margherita Ferri (ep. 5-6), Giuseppe Bonito (ep. 9-10), scritta da Di Stefano, Valentina Gaddi e Sebastiano Melloni, Bang Bang Baby è prodotta da Lorenzo Mieli per The Apartment e Wildside, entrambe società del gruppo Fremantle.

Bang Bang Baby: la recensione in anteprima

In una Milano umida e popolata da yuppies, prende piede la storia di Bang Bang Baby, un esperimento coraggioso e indubbiamente nuovo in Italia, personalmente però, poco convincente. Pur individuandone da subito le caratteristiche che conquisteranno il grande pubblico, non riesco infatti ad apprezzarne in toto la riuscita, anzi. A questa serie riconosco la buona regia e l’ottima fotografica, caratterizzata da colori pop e psichedelici e atmosfera al neon accattivante, oltre a una discreta resa scenografica e dei costumi, fedelissimi a quelli dell’epoca.

A non convincermi però, sono i dialoghi e la sceneggiatura, elementi per me fondamentali per la buona riuscita di una storia, quindi di una serie.
La storia di partenza è indubbiamente interessante (tratta dalla vera storia di Marisa Merico, nipote di Maria Serraino, madrina di una delle più potenti famiglie dell’ndrangheta: se non la conoscete, vi consiglio di gogoolarla e leggere) ed è nuovo nel nostro Paese il modo in cui una storia di criminalità sia stata trattata in stile post-moderno. Da qui a definirla “pop” però, per me ce ne vuole. I dialoghi sono deboli, troppo spesso costellati di frasi a effetto che risultano banali e già viste e sentite in altre serie e film dello stesso filone. 

La musica fa la sua parte, ma non bastano brani pop a rendere una serie (o un film) tale. L’impressione è che in Bang Bang Baby si sia esagerato, e che un prodotto con delle ottime potenzialità (su cui riponevo grandissime aspettative) dove stile pulp e grottesco dovrebbero essere bilanciati, superino invece il limite, trasformando la volontà di apparire dissacrante, talvolta, nella caricatura di storie e personaggi. 

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