Alias Grace: la nuova serie Netflix tratta da un romanzo di Margaret Atwood

Nessuna donna è al sicuro qui”, questo è solo uno degli ammonimenti che vengono esclamati in Alias Grace (L’altra Grace) serie co-prodotta dal network canadese Cbc e da Netflix, seconda trasposizione di un romanzo di Margaret Atwood, dopo il pluripremiato The Handmaid’s Tale.
Stavolta non siamo in un futuro distopico, ma in un passato realmente accaduto, la fine dell’Ottocento, epoca in cui i diritti delle donne, erano ancora molto lontani.
Un passato ancora troppo dolorosamente vicino per essere dimenticato, in cui le donne, trattate come oggetti di proprietà degli uomini, venivano condannate e allontanate dalla società, spesso addirittura uccise, anche solo per una parola di troppo, o per eccessiva ingenuità.
La protagonista della storia è Grace Marks, immigrata irlandese trasferitasi in Canada e divenuta serva dei ricchi padroni dell’epoca per mantenere se stessa e i suoi fratelli, anch’essi immigrati, orfani di madre e i figli di un padre padrone violento e alcolizzato.
Nel 1843 Grace fu condannata all’ergastolo per il duplice omicidio del suo datore di lavoro, Thomas Kinnear, e della sua governante, Nancy Montgomery, compiuta, secondo le fonti dell’epoca, d’accordo con lo stalliere James McDermott.

Trasportata da un manicomio all’altro, per poi finire in prigione, tra una violenza sessuale, una punizione corporale diverse umiliazioni psicologiche, Grace diventò una vera e propria “celebrità” dell’epoca, analizzata da psichiatri e aspiranti tali, impegnati a volerne decretare l’insanità mentale o meno.
Trattata il più delle volte come un fenomeno da baraccone o uno scherzo della natura.
Angelo o diavolo, colpevole o innocente, sgualdrina o ragazza ingenua, sfortunata o strega: è proprio la Marks che nel monologo di apertura della prima delle sei puntate che caratterizzano la serie, a informarci sulle voci messe in giro sul suo conto.

La storia narrata nella serie – che in questo si discosta dal romanzo –  parte qualche anno dopo l’incarcerazione della giovane serva, nel momento in cui, per decretare se fosse affetta o meno da isteria, un giovane medico specializzato in psichiatria, il dottor Jordan, venne assoldato per esaminare il suo caso nel corso di una serie di incontri.
Ed è proprio nel corso di questi intensi incontri tra medico e paziente, che lo spettatore stesso entra nella mente della giovane protagonista, vi si addentra, naturalmente, e già dalla prima puntata, il tentativo di comprendere quanto effettivamente Grace fosse colpevole, diventa un mero pretesto per inoltrarsi nella sua sciagurata storia.
Attraverso una serie di dialoghi e monologhi, tra flashback del passato e ricordi, la protagonista fa luce su una società lontana ma ancora ricca di legami con il presente: uno sguardo crudo e realistico sulla condizione delle donne, una critica sociale sulla questione razziale, l’aborto, la violenza subita da donne il cui destino era già segnato.
Quanto Grace sia innocente o colpevole, passa in secondo piano, quanto sia sincera o stia manipolando lo spettatore, non è dato sapere.

Sei episodi intensi, armoniosi, profondamente realistici e dolorosi, affidati quasi esclusivamente a Sarah Gadon, attrice che interpreta Grace, recentemente apparsa in 22.11.63, e protagonista degli ultimi tre film di David Cronenberg, regista che appare nella serie in un ruolo minore.
Sguardo ammaliante, voce suadente, Grace esercita un fascino algido sia sul dottor Jordan (Edward Holcroft) che sullo spettatore in maniera incredibilmente magnetica, grazie alla magistrale interpretazione della Gadon, strepitosa tanto quanto la pluripremiata Elizabeth Moss in The Handmaid’s Tale.

Da Vulture al New York Times, dagli Imdb a Rotten Tomatoes, Alias Grace è stata osannata da pubblico e critica in Europa e oltreoceano, non soltanto grazie alla performance di Sarah Gadon e del resto del cast, che vanta nomi come Anna Paquin, Zachary Levi e Paul Gross, ma anche per la strepitosa sceneggiatura firmata da Sarah Polley (Stories We Tell, Away from Her) e per l’ottima regia di Mary Harron (American Psycho).
Alias Grace procede, nell’arco di sei episodi da poco più di 40 minuti, in maniera lineare e scorrevole, senza risultare mai lenta, senza appesantire mai la visione dello spettatore. La fotografia è a tratti ovattata, a tratti fredda e austera, perfettamente in armonia con il registro narrativo tenuto da Grace.
L’intensità cresce mano a mano che ci si addentra nella mente della protagonista e la serie si presta perfettamente, poiché priva di pause o cliffhanger, a quella visione in binge watching tanto cara a Netflix.
Un piccolo gioiello, davvero imperdibile.

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