10 anni di Orange is the New Black

Piper Chapman vive a Park Slope, il quartiere newyorkese prediletto dalle famiglie benestanti, che qui possono trovare le migliori scuole della città, parchi dove trascorrere tempo tra yoga, pilates e smoothies vegani. Nel quartiere regna l’architettura classica, con quel suo inconfondibile stile elegante e al tempo stesso rassicurante.
Qui nessuna famiglia si preoccupa troppo di tutte le pecche che la società nasconde bene sotto la superficie dell’illusione del sogno americano, abituati come sono a vivere nella bambagia nel privilegio.
Piper, a ventiquattro anni, inizia una relazione romantica con una donna che traffica eroina per un boss dell’Africa Occidentale e insieme a lei comincia a riciclare denaro.
Cinque anni dopo è indiziata e giudicata colpevole per riciclaggio e traffico di stupefacenti e costretta a scontare una pena di 15 mesi (ridotti a 13) in un istituto di minima sicurezza alle porte di New York. Proprio lei, fino a quel momento abituata a vivere circondata dal benessere, lontana anni luce dai problemi, quelli veri, drammatici, che popolano la vita di persone a cui neanche concederebbe un saluto.
Il carcere di Litchfield è un agglomerato di mura asettiche e grigie, con piccole celle tutte uguali e qualche spazio ricreativo comune. Qui la vita delle detenute scorre lenta e inafferrabile, si consuma, lentamente e irrimediabilmente.
Nessuna delle detenute di Litchfield medita di fuggire o di escogitare un piano per farlo: tutte aspettano che arrivi il giorno, quel giorno – per molte lontanissimo, per altre meno – in cui usciranno, più stanche, più vecchie e più disperate rispetto a quando sono entrate.
Alcune si aggirano nei corridoi con le tute arancioni – le “nuove arrivate” – altre con quelle beige, un colore che si sposa perfettamente con il loro incarnato, sbiadito, pallido, rovinato dalle rughe, dalla sofferenza, dal dolore.
Qui Piper scopre la vita fuori Park Slope, lontana dalla ricchezza e dall’illusione di cui una città come New York può inebriarti, tra queste esistenze perdute, buttate vie a volte per reati poco gravi e per l’errore di un momento, altre volte per azioni reiterate nel tempo, frutto di una ferita profonda, di un dolore viscerale. Nel buio delle loro celle le donne di Litchfield pensano alle loro famiglie fuori: sono mogli, madri, figlie, sorelle.
Piangono nel silenzio di quelle notti infinitamente lunghe, in cui qualsiasi rumore fa sobbalzare, in cui la paura di abusi, aggressioni, furti e violenze riecheggia costantemente nell’aria. Dove il sospetto diventa un tarlo, dove la paura non ti molla un secondo, dove il dolore rimbomba, più forte che mai.

Ph: courtesy of Netflix Orange Is The New Black S4

Piper abbassa lo sguardo quando incontra Suzanne, che con quegli occhi strani e il suo evidente disturbo mentale, mette i brividi; osserva incuriosita la sicurezza e la forza mostrate da Nicky, dentro per uso di eroina e guida in stato di ebrezza; arrossisce quando nei corridoi incontra Alex, la sua ex, arrestata per spaccio; si chiede come entrare nelle grazie di Red, la matriarca russa che sembra tenere in mano le redini di tutto il carcere.
E intorno a lei, e a loro, un micromondo costellato di donne di ogni origine, religione, età: donne arrestate al confine che probabilmente non vedranno più i loro figli, assassine efferate, ragazze psicologicamente fragili. Chicane, cinesi, portoricane, messicane: donne arrivate in America con la speranza di una vita migliore, con un bagaglio emotivo non indifferente, finite in quel buco dimenticato dal mondo e da Dio, dove proprio il sistema americano fa acqua da tutte le parti.
A Litchfield, Piper impara più di quanto ha imparato in quasi trent’anni di vita: come farcela da sola, come sopravvivere, a quali compromessi scendere, qual è il sapore della libertà, quale il prezzo della giustizia. Impara cosa sono la sofferenza e la disperazione ma, soprattutto, impara che il più delle volte, alle ingiustizie non c’è rimedio e al dolore non c’è mai fine.

Il primo episodio di Orange is the New Black debuttò esattamente 10 anni fa in America: sette stagioni, novantuno episodi per quello che ancora oggi è considerato il prison drama femminile fu importante di sempre, non solo per la comunità LGBTQIA+ o per quella Black – egregiamente rappresentate nella serie – ma per tutte le donne vittime del sistema sessista e patriarcale imperante nel mondo, e per quelle minoranze etniche o religiose dimenticate da tutti. Una serie cinica e dolorosamente realistica, attuale anche a distanza di dieci anni e, fortunatamente ancora tra le serie più viste su Netflix.
Una serie cult della cultura pop contemporanea da non perdere per nessun motivo.

Su “New York Trip”, la guida pop su New York attraverso le serie tv (che trovate qui), un intero capitolo è dedicato a Orange is the New Black.

New York trip Giorgia Di Stefano

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