Baby: top o flop per Netflix stavolta?

 

Dopo il lancio mondiale di Suburra La Serie e la docu-serie Juventus FC, un anno fa circa, Netflix annunciò la terza serie originale italiana, Baby, liberamente ispirata alla vera storia dello scandalo delle squillo minorenni scoppiato a Roma nell’estate del 2014.
Nell’ultimo anno l’hype intorno alla produzione (a cura di Fabula Pictures) di Baby, si è fatto via via più febbrile, fino al rilascio del primo trailer, lo scorso settembre, momento in cui già alcuni iniziarono ad avere un po’ di riserve.
Il 30 novembre sono stati rilasciati i 6 episodi della prima stagione della serie, incentrata sulle vicende di un gruppo di ragazzi dei Parioli che vivono nella Roma bene all’insegna del lusso e di piccole trasgressioni. Questo almeno quello che ci era stato venduto.
Diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, Baby è sceneggiata dal collettivo GRAMS* (ci tengono molto all’asterisco) un gruppo di giovani autori composto da Antonio Le Fosse, Eleonora Trucchi, Marco Raspanti, Giacomo Mazzariol e Re Salvador.
Età media di questi scrittori in erba, ventiquattro anni, un’età che si percepisce sin dai primi dialoghi.
Nessuno ce ne voglia, soprattutto i più giovani, nei quali crediamo e per i quali tifiamo da sempre, ma i ventiquattro anni degli autori, si vedono, si sentono e hanno un peso non indifferente nella qualità della sceneggiatura e dei dialoghi della serie.
Proprio questi due elementi sono infatti il primo enorme difetto di Baby, che ha deluso le aspettative di molti e non è riuscita a ottenere un giudizio positivo dalla critica.
Senza necessariamente ricorrere al paragone con i prodotti della serialità americana o inglese (altrimenti saremmo costretti ad ammettere che Gossip Girl in confronto è un capolavoro di sceneggiatura), basta guardare alle ultime serie tv italiane passate recentemente sui nostri schermi per definire Baby un enorme flop.

 

La storia si regge su una manciata di stuzzicadenti, esili e traballanti, e alterna tutti gli stereotipi del teen dramaa momenti di vuoto assoluto, tanto da far sembrare un video dei The Pills sugli adolescenti romani più serio.
Con la differenza che i The Pills scrivono per far ridere il pubblico (riuscendoci per altro perfettamente), i GRAMS* invece no.
A peggiorare la situazione, dialoghi inconsistenti e scarni, tanto da far impallidire lo spettatore medio (neanche quello più esigente in questo caso) dall’inizio alla fine.
Il cast, composto per lo più da giovani esordienti, non riesce ad alzare l’asticella della qualità della serie, anzi, in alcuni casi, la abbassa ulteriormente.
Non bastano l’accento romano e un po’ di fascino per rendere credibili cinque ragazzetti viziati di Roma Nord, serve molto di più.
Servono empatia, credibilità e passione, che i giovani attori sicuramente avranno, ma che in questo caso non sono riusciti a tirare fuori.
E in un momento in cui siamo abituati a rimanere a bocca aperta di fronte alla bravura di attori semi sconosciuti giunti alla ribalta grazie a una serie tv, basti pensare ad alcuni interpreti Gomorra La Serie o del più recente L’Amica Geniale, purtroppo non possiamo fingere che non sia così.
Non possiamo però neanche stupirci troppo della recitazione acerba di questi giovani attori, visto che, a fargli da contorno, attori più navigati come Isabella Ferrari, Claudia Pandolfi e Paolo Calabresi, in Baby non sono sembrati affatto convincenti.
Colpa dei loro personaggi? Forse.
Colpa della sceneggiatura? Sicuramente questo ha influito, sta di fatto che la recitazione poco credibile è uno degli aspetti più criticati della serie Netflix.
Come dicevano, non occorre guardare oltreoceano per giudicare la qualità di Baby, forse non serve neanche paragonarla a grandi produzioni come L’Amica Geniale appunto, o The Young Pope e Il Miracolo, basta guardare all’orticello più vicino.
Serie come Rocco Schiavone, Non Uccidere SKAM Italia, vantano una qualità di gran lunga ben più alta di Baby, sotto qualsiasi punto di vista: regia, sceneggiatura, recitazione.
Eppure se ne parla meno rispetto ad altre serie, chissà perché.
Superfluo quindi il paragone con pietre miliari della serialità italiana come Romanzo Criminale o Gomorra, perché Baby è anni luce lontana da un livello simile, e i GRAMS* di strada ne devono fare ancora tanta per arrivare fin lì.
E forse sarebbe stato più opportuno regalare ai GRAMS* un workshop intensivo di scrittura creativa o sceneggiatura, anziché decidere di produrre una loro serie, perché se è vero il detto che “chi ben comincia è a metà dell’opera”, le premesse per loro non sono certo delle migliori ora.

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