La Casa de Papel: la serie spagnola che ha conquistato il pubblico di Netflix

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Il ritmo incessante, la scrittura efficace e la trama avvincente, rendono La Casa De Papel (La Casa di Carta, disponibile su Netflix), una serie imperdibile, capace di tenere lo spettatore letteralmente incollato allo schermo nel corso di ogni puntata.
La Casa di Carta non è una serie originale Netflix, ma sul fronte tecnico e artistico ha tutte le qualità che una serie originale Netflix può vantare, forse anche qualcuna di più.
In Spagna, La Casa de Papel, è stata rilasciata da Antena 3 in un’unica stagione di 15 episodi della durata di poco più di un’ora ciascuno; in Italia è stata invece divisa in due stagioni con episodi di circa 45 minuti l’uno:  Netflix rilascerà le puntate della seconda parte il 6 aprile.

La trama, che all’inizio può apparire esile e poco originale, è semplice: otto rapinatori, coordinati da una mente criminale attraverso un piano minuzioso e infallibile, attaccano la Zecca di Stato di Madrid e vi si barricano dentro, decisi a rimanerci un bel po’ di giorni, assieme a una cinquantina di ostaggi.
La domanda al centro del loro piano è: perché rubare i soldi di qualcuno quando puoi stamparti tutti quelli che vuoi? E il loro obiettivo è difatti chiaro sin da subito: stampare oltre duemila milioni di euro nell’arco di poco meno di due settimane.
Indizi, intuizioni e ribaltamenti repentini di prospettiva non appariranno come nulla di nuovo agli appassionati del genere crime e thriller, poiché tutto richiama chiaramente strutture narrative già viste.
“Abbiamo voluto affrontare in tv un genere più tipicamente cinematografico e ne è venuta una serie frenetica, con humour nero e scene d’azioni occasionalmente anche brutali. Si tratta inoltre di un racconto dalla struttura molto complessa”, ha dichiarato Álex Pina, ideatore della serie.

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Nonostante le scene d’azione e le sparatorie siano all’ordine del giorno, la serie non lascia spazio alla noia, non cade mai nel banale e punta tutto sui protagonisti, personaggi magnetici che creano da subito un rapporto empatico con lo spettatore.
Tutto ruota intorno ai rapinatori e ai rapporti che gli stessi intrecciano con gli ostaggi: li conosciamo uno a uno, all’inizio sommariamente per poi entrare lentamente nelle loro vite, imparando a conoscerli meglio e a scoprire come reagiscono di fronte a imprevisti e colpi di scena.
Nonostante il pilot lasci intendere che la protagonista assoluta sia la bellissima Tokyo (Ursula Corbero), in verità nessuno degli otto rapinatori è messo mai in secondo piano e la serie assume via via un tono sempre più corale.
Berlino (Pedro Alonso), il leader del gruppo, Rio (Miguel Herran) il più giovane, Nairobi (Alba Flores) unica altra donna nella banda, Mosca (Paco Tous) e Denver (Jaime Menendéz Lorente), rispettivamente padre e figlio, e infine i cugini Helsinki (Darko Peric) e Oslo (Roberto Garcia).
Nessuno conosce il vero nome dell’altro, né alcun particolare privato sulle loro vite, così è stato deciso dal Professore (Alvaro Morte), l’artefice del piano, la mente acuta e brillante che da fuori li guida passo dopo passo nel corso della rapina del secolo.
Tutto è studiato nei minimi dettagli, tutto sembra architettato per funzionare, ma l’imprevisto è lì, pronto a ribaltare la situazione.
E ancora una volta, come nei classici del genere, può essere una svista a creare il caos, o l’insieme di piccoli errori, o un sentimento improvviso e inaspettato, capace di scatenare l’effetto farfalla.
Tutto sembra procedere perfettamente fino a un punto preciso della storia, finché Raquel Murrillo (Itziar Ituṅo), il commissario a capo della task force, non ci mette lo zampino, e, in maniera del tutto fortuita, inizia a far sgretolare il castello di carte messo su dal Professore e dai suoi otto complici.
E intanto, sulle note di Bella Ciao cantata a gran voce dal Professore e da Berlino, scopriamo che nulla è perfetto come sembra.

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