The Resident: il lato oscuro della sanità americana

The Resident
The Resident, il nuovo medical drama di Fox Life

Il 5 marzo è iniziata la prima stagione di The Resident, in onda ogni lunedì sera su Fox Life, creata da Amy Holden Jones, Hayley Schore e Roshan Sethi.
La serie, ambientata nel fittizio Chastain Park Memorial Hospital di Atlanta, dopo una manciata di episodi trasmessi è già stata definita dalla critica USA come “l’anti Grey’s Anatomy”.
Il motivo? La tematica trattata: nonostante sia un medical drama in piena regola, a differenza di serie storiche come quella di Shonda Rhimes o del più recente The Good Doctor, The Resident porta in scena il lato oscuro dei medici americani, mettendo a nudo, spesso in maniera spietata e senza filtri, tutti i pregi e i difetti della sanità americana.
Il medical drama non si fa scrupoli ed evidenzia in maniera cruda e veritiera le mancanze e le contraddizioni del sistema sanitario degli Stati Uniti: una serie di denuncia che coraggiosamente porta in tv uno dei tasti dolenti della società americana, la lotta da parte di Donald Trump contro l’Obamacare.

Antoine Fuqua (Training Day, 2001), fra i produttori esecutivi della serie, ha dichiarato:
“Gli show medici classici, sono ormai radicati nella nostra cultura. In tanti li amano, perché ritraggono il mondo della sanità in America in un certo modo, in fin dei conti positivo. Il problema è che nella realtà le cose sono diverse. Noi abbiamo cercato di rappresentare una situazione più simile alla vita di tutti i giorni, mettendo a nudo quelli che possono essere i problemi in un’azienda ospedaliera, i punti critici, le dinamiche imperfette. È bastato iniziare le riprese per capire che stavamo riportando a galla storie vere, chiunque è stato ricoverato in questo Paese potrà capire di cosa parliamo

Sempre Fuqua ha poi aggiunto:
“Chi lavora in questo campo spesso è in buona fede, ma in uno show come il nostro è giusto rappresentare anche gli aspetti più oscuri di questa realtà. Il motivo per cui mi sono subito appassionato a questo progetto, è che mostra sia la parte buona che quella cattiva della sanità a stelle e strisce. In tv si vedono quasi sempre dottori che seguono diligentemente le procedure mediche. La differenza è che se ti rilassi troppo guardando The Resident, ti arriverà un calcio in faccia quando meno te lo aspetti»

The Resident
The Resident su Fox Life

Un punto di vista nuovo, diverso da quelli che siamo abituati a vedere negli show ambientati tra le corsie di un ospedale: al centro degli episodi, alcuni grandi dilemmi morali, dai chirurghi che per errore uccidono i loro pazienti, ai dottori coraggiosi che decidono di staccare la spina per scelta, andando così contro ogni valore etico.
Siamo lontani dai canoni classici del genere medical, e questa visione più cinica ha il pregio di aprire gli occhi allo spettatore sulle dinamiche ospedaliere americane, vere e proprie aziende con figure specifiche che spesso si occupano prima di investimenti, pubblicità, eventi e premi assicurativi, e poi di procedure mediche.
Qualsiasi operazione o semplice analisi ha un costo specifico, più o meno alto, fatturato all’assicurazione solo in caso di copertura, o al paziente stesso qualora ne fossi sprovvisto.
Il passo è breve: se in America non sei assicurato e non sei benestante, difficilmente potrai essere curato in caso di infortunio o malattia.
Un tema attuale, concreto, spesso soltanto accennato in Grey’s Anatomy e altre serie simili, qui in The Resident invece, approfondito e criticato duramente.

Il protagonista principale al centro delle vicende è il dottor Conrad Hawkins, un “medico senza camice”,  interpretato dal bel Matt Czuchry, amatissimo Logan in Gilmore Girls. Conrad è un medico atipico: è giovane, affascinante, con un passato turbolento alle spalle e un naturale disprezzo nei confronti dell’autorità, intenzionato a mettere al primo posto sempre i suoi pazienti anche a rischio di intaccare la propria carriera. Talentuoso ma cinico, Conrad non esita di fronte a qualsiasi caso e sin dall’inizio cerca di spegnere ogni illusione nel giovane tirocinante che gli viene assegnato, Devon Pravesh (Manish Dayal).
Antagonista e “cattivo” della serie, per quanto sia in questo caso più complicato del solito individuare un cattivo vero, il “Dottor Morte”, all’anagrafe Randolph Bell (Bruce Greenwood), stimato medico con problemi fisici legati all’età, tra cui tremori alle mani e mancanza di concentrazione, intenzionato però a non appendere il camice al chiodo, seppur a discapito delle vite dei suoi pazienti.
Personaggio femminile accanto ai tre medici, l’infermiera Nic Nevin, a cui presta il volto la splendida Emily VanCamp, indimenticabile Emily Clarke in Revenge, che condivide una storia d’amore turbolenta con Conrad.
Qui però non siamo al Grey Sloane Memorial Hospital: per le storie d’amore non c’è tempo, in The Resident c’è davvero in gioco la vita dei pazienti.
Non mancano i punti di debolezza della serie, che alla fine dei conti sono speculari ai pregi di cui sopra: nello show sono presenti la componente politically correct, la quota multiculturale e, inevitabilmente, l’animo buonista tipico dei medical drama.
È innegabile: The Resident è una serie godibile ma non irrinunciabile, che ha il pregio però di provare a discostarsi dai soliti canoni, con un ottimo protagonista sui generis, un po’ Gregory House (House M.D.) un po’ Perry Cox (Scrubs), e una tematica coraggiosa, senza tirarsi indietro nel denunciare una situazione, quella sanitaria, che fin troppo spesso, in America, tende a superare i limiti della moralità.

La Casa de Papel: la serie spagnola che ha conquistato il pubblico di Netflix

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Il ritmo incessante, la scrittura efficace e la trama avvincente, rendono La Casa De Papel (La Casa di Carta, disponibile su Netflix), una serie imperdibile, capace di tenere lo spettatore letteralmente incollato allo schermo nel corso di ogni puntata.
La Casa di Carta non è una serie originale Netflix, ma sul fronte tecnico e artistico ha tutte le qualità che una serie originale Netflix può vantare, forse anche qualcuna di più.
In Spagna, La Casa de Papel, è stata rilasciata da Antena 3 in un’unica stagione di 15 episodi della durata di poco più di un’ora ciascuno; in Italia è stata invece divisa in due stagioni con episodi di circa 45 minuti l’uno:  Netflix rilascerà le puntate della seconda parte il 6 aprile.

La trama, che all’inizio può apparire esile e poco originale, è semplice: otto rapinatori, coordinati da una mente criminale attraverso un piano minuzioso e infallibile, attaccano la Zecca di Stato di Madrid e vi si barricano dentro, decisi a rimanerci un bel po’ di giorni, assieme a una cinquantina di ostaggi.
La domanda al centro del loro piano è: perché rubare i soldi di qualcuno quando puoi stamparti tutti quelli che vuoi? E il loro obiettivo è difatti chiaro sin da subito: stampare oltre duemila milioni di euro nell’arco di poco meno di due settimane.
Indizi, intuizioni e ribaltamenti repentini di prospettiva non appariranno come nulla di nuovo agli appassionati del genere crime e thriller, poiché tutto richiama chiaramente strutture narrative già viste.
“Abbiamo voluto affrontare in tv un genere più tipicamente cinematografico e ne è venuta una serie frenetica, con humour nero e scene d’azioni occasionalmente anche brutali. Si tratta inoltre di un racconto dalla struttura molto complessa”, ha dichiarato Álex Pina, ideatore della serie.

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Nonostante le scene d’azione e le sparatorie siano all’ordine del giorno, la serie non lascia spazio alla noia, non cade mai nel banale e punta tutto sui protagonisti, personaggi magnetici che creano da subito un rapporto empatico con lo spettatore.
Tutto ruota intorno ai rapinatori e ai rapporti che gli stessi intrecciano con gli ostaggi: li conosciamo uno a uno, all’inizio sommariamente per poi entrare lentamente nelle loro vite, imparando a conoscerli meglio e a scoprire come reagiscono di fronte a imprevisti e colpi di scena.
Nonostante il pilot lasci intendere che la protagonista assoluta sia la bellissima Tokyo (Ursula Corbero), in verità nessuno degli otto rapinatori è messo mai in secondo piano e la serie assume via via un tono sempre più corale.
Berlino (Pedro Alonso), il leader del gruppo, Rio (Miguel Herran) il più giovane, Nairobi (Alba Flores) unica altra donna nella banda, Mosca (Paco Tous) e Denver (Jaime Menendéz Lorente), rispettivamente padre e figlio, e infine i cugini Helsinki (Darko Peric) e Oslo (Roberto Garcia).
Nessuno conosce il vero nome dell’altro, né alcun particolare privato sulle loro vite, così è stato deciso dal Professore (Alvaro Morte), l’artefice del piano, la mente acuta e brillante che da fuori li guida passo dopo passo nel corso della rapina del secolo.
Tutto è studiato nei minimi dettagli, tutto sembra architettato per funzionare, ma l’imprevisto è lì, pronto a ribaltare la situazione.
E ancora una volta, come nei classici del genere, può essere una svista a creare il caos, o l’insieme di piccoli errori, o un sentimento improvviso e inaspettato, capace di scatenare l’effetto farfalla.
Tutto sembra procedere perfettamente fino a un punto preciso della storia, finché Raquel Murrillo (Itziar Ituṅo), il commissario a capo della task force, non ci mette lo zampino, e, in maniera del tutto fortuita, inizia a far sgretolare il castello di carte messo su dal Professore e dai suoi otto complici.
E intanto, sulle note di Bella Ciao cantata a gran voce dal Professore e da Berlino, scopriamo che nulla è perfetto come sembra.