Girlboss: la nuova serie Netflix su Sophia Amoruso

Girlboss - Netflix
Britt Robertson in Girlboss, la serei Netflix

Sophia Amoruso, classe ‘84, è una millenial in piena regola.
Nata a San Diego, a meno di vent’anni si trasferisce a San Francisco, a pochi passi dalla Silicon Valley, oggi il cuore pulsante dell’economia americana e internazionale.
Vittima della pop culture più sfrenata e dei primi social network (MySpace in questo caso), Sophia è carismatica (forse fin troppo) e dannatamente anarchica, soprattutto nei confronti degli studi e del lavoro.
Ha voglia di affermarsi come giovane donna in carriera, senza spendere però troppa fatica né dover rendere conto a un capo o a un’azienda, e decide di giocarsi il tutto per tutto, puntando sulla sua intraprendenza e la sua voglia di fare.
Nel 2006 apre il suo primo negozio online su Ebay per vendere abiti vintage, la sua principale passione.
Senza un dollaro in tasca, per sostenere le spese della sua attività, sfrutta la rete e investe tempo ed energie non soltanto per comunicare al meglio la sua idea, ma per soddisfare al 100% le sue clienti, ed evitare così recensioni negative, il suo unico vero nemico.
Nel 2008, nasce ufficialmente Nasty Gal (da una canzone di Bette Davis) e MySpace contribuisce a diffonderlo online in maniera virale e inarrestabile: da 223 mila dollari di fatturato nel primo anno, a 23 milioni nel 2011.
Il New York Times la battezza la “Cenerentola del tech”, Forbes nel 2014 la piazza al 53° posto della lista America’s Richest Self-Made Women, Fortune tra i 40 personaggi più influenti
Nel 2015 dismette i panni di CEO del suo impero (che oggi vale 100 milioni di dollari), e ne diventa Presidente, ma l’anno dopo, Nasty Gal dichiara bancarotta e il destino del brand al momento, è poco chiaro.

Girlboss

E qui, entra in gioco il tempismo (stavolta davvero sfortunato) di Netflix, che dalla storia di Sophia e dal suo romanzo autobiografico, “#GirlBoss – Come ho creato un impero commerciale partendo dal nulla”, sviluppa l’omonima serie tv.
13 episodi da 26 minuti circa, rilasciati la scorsa settimana, ripercorrono la brillante e fulminea carriera di una millenial, fonte di ispirazione per altri giovani intraprendenti.

A interpretare Sophia, nella serie prodotta da Charlize Theron e scritta da Kay Cannon (Voices 1 & 2, 30 Rock), è Britt Robertson, l’indimenticabile e adorabile Lux della sfortunata Life Unexpected.
A dispetto dell’emozionante vita della Amoruso, la serie purtroppo non brilla sotto alcun aspetto: troppo concentrata sulla protagonista, sacrifica la sfera emozionale della storia per dare fin troppo spazio a battute e situazioni circoscritte a Sophia e poco più.
Un one woman show poco riuscito e poco convincente.
Girlboss si rivela così un prodotto dall’ottimo potenziale sviluppato però in maniera prevedibile e banale. Non sarà quindi questo il caso in cui, un’antieroina del calibro di Sophia Amoruso, riuscirà a conquistare un pubblico sempre più esigente e affamato di personaggi di spessore cui affezionarsi e ispirarsi.

13 Reasons Why: adolescenti, bullismo e solitudine nella serie originale Netflix

13 Reasons Why - Netflix
13 Reasons Why

A sedici anni volevamo urlare la nostra rabbia contro il mondo, soffrire in silenzio, picchiare e amare violentemente.
Volevamo essere notati, amati, capiti. Volevamo sentirci parte di un qualcosa di grande, enorme.
Qualcosa capace di proteggerci da tutto quel dolore, che in futuro, sapevamo che la vita ci avrebbe riservato.
Parecchi di noi sono stati cresciuti con la convinzione di dover essere i più belli, i più bravi, i più socievoli. I più atletici e i più alla moda.
Quelli con tanti amici. Quelli che non devono mai farsi vedere da soli in corridoio.
O che non devono saltare una festa o una partita.
L’adolescenza è un limbo, una sorta di “non luogo” dove, troppo giovane, insicuro e inesperto, non sai decidere chi o cosa vuoi essere.
O almeno chi sembrare. E ignori che, nonostante l’età e l’esperienza, in fondo sarà sempre così.
Anche quando sarai “grande”, perché pochi fortunati riusciranno davvero a trovare un loro posto nel mondo.
L’adolescenza è un luogo buio e fumoso, dove cerchi di trovare uno spazio sicuro in cui muoverti, senza destare troppa attenzione, senza disturbare. È la stanza da cui vorresti osservare e studiare l’umanità, senza essere notato, sperando di capire qualcosa in più della vita o di chiarirti le idee e smetterla di sembrare inadeguato e fuori posto.
Siamo stati tutti teenager, con le nostre paure e le nostre insicurezze.
Tutti abbiamo avuto timore o fretta di crescere.
Tutti siamo stati trascinati a riva e a largo dalla marea incessante dei sentimenti contrastanti tipici di quell’età. Dalle critiche, le offese impercettibili dei nostri coetanei, genitori o professori.
Una frase, una foto, un pettegolezzo: tutto ha un peso a sedici anni.
Tutto può diventare una lama tagliente.
Tutto può trasformarsi in veleno in un solo istante.
E certe volte, quel veleno resta nelle nostre vene, e scorre lento, inesorabile, finché non diventiamo grandi.

13 Reasons Why
Una scena di 13 Reasons Why

Perché alla fine, tutti cresciamo, e in un modo o nell’altro, tutto quel dolore, quell’inadeguatezza, dobbiamo seppellirli sotto le “cose dei grandi”, come il lavoro, la famiglia, la salute, e provare a far finta che non ci siano più.
E quelli di noi più determinati, spesso ce la fanno davvero, a dimenticarsi tutto intendo, o semplicemente a voltare pagina e a fingere che tutta quella sofferenza sia sparita.
Altri si rifugiano in un horror vacui incessante, per tenere la mente impegnata in altro e dimenticarsene.
Altri ancora, infine, sentono quelle cicatrici sulla pelle tutt’oggi: sanno che sono lì, da qualche parte in fondo alla propria anima, e che prima o poi verranno fuori, inaspettatamente oppure no, nessuno può dirlo.
E c’è chi, tutta quella solitudine che da adolescente respingeva con terrore, oggi la tiene stretta a sé, come fosse una zona sicura in cui rifugiarsi quando la vita si fa più dura del previsto.
Una comfort zone in cui nascondersi, come da ragazzini ci chiudevamo nella stanza con la musica a tutto volume per non sentire nessuno.

Adolescenti e bullismo, cyberbullismo, stupro, depressione, suicidio: questi i temi al centro 13 Reason Why, serie originale Netflix tratta dal romanzo young adult  di Jay Asher, psicologo ed esperto di letteratura per ragazzi.
Ma Tredici (questo il titolo in italiano) è anche e soprattutto un inno contro la solitudine e l’indifferenza: Hannah Baker si sacrifica per diventare il manifesto contro ogni forma di violenza e isolamento subito dai suoi coetanei.
La sua storia, comune a tanti adolescenti ovunque nel mondo, è un pugno nello stomaco, una ferita che brucia.
È una ragazzina di sedici anni come molte altre, forse non la più carina, ma di certo una in grado di attirare l’attenzione dei ragazzi della scuola.
È ingenua, ironica, a modo suo provocante. Basta un niente, una foto su Facebook, un pettegolezzo di troppo, e Hannah diventa quella facile, quella con cui divertirsi, quella da trattare come una poco di buono perché l’unico peccato che continua a commettere, è cadere in quella ostinata ingenuità che la contraddistingue.
Finché un giorno Hannah non ce la fa più, e decide di darci un taglio, in tutti i sensi.
Si trafigge i polsi nella vasca da bagno, mentre i genitori sono al lavoro, e si abbandona al silenzio.
Accoglie la morte come l’estrema liberazione da umiliazioni, sofferenze e solitudine.

Hannah e Clay in 13 Reasons Why
Hannah e Clay in 13 Reasons Why

Esteticamente e tecnicamente, 13 Reasons Why non è la serie perfetta: è acerba, grossolana in alcuni passaggi, a tratti prolissa nella sceneggiatura.
Allo stesso tempo è però una serie genuina, intensa come poche altre, capace di riportare a galla i nostri ricordi di adolescenti, soprattutto quelli più brutti, e sbatterceli in faccia senza delicatezza alcuna.
Descrive con violenza emotiva ogni sgarbo, torto di quegli anni, e non nasconde una delle verità più innegabili di sempre: i teenager sono soli, spaventati, insicuri. Ma allo stesso tempo, possono essere anche cattivi, superficiali e pericolosi, nonostante faccia comodo pensare che non sia realmente così.

La serie di Netflix indossa l’abito del teen drama, ma solo all’apparenza: nonostante ci siano molti stereotipi del genere, vince laddove riesce a discostarsene per adoperare una denuncia socio-psicologica ben definita e necessaria. Una critica profonda e senza riserve a genitori e professori. Una fotografia cruda e sincera di quegli adolescenti crudeli e aridi.
La storia di Hannah, seppur esasperata in alcune situazioni, è una storia comune, vissuta direttamente o indirettamente da molti di noi.
È la storia che non vorremmo mai che vivessero i nostri figli.
Personalmente, è la storia che avrei voluto che qualcuno mi raccontasse quando avevo sedici anni. Per cavarmela meglio, per soffrire meno. O anche soltanto per prepararmi al peggio.

Le serie tv più amate

TV Tips è online da ottobre, sei mesi ormai, e in questo periodo, grazie alle numerose ricerche nel nostro motore di recommendation, ci siamo fatti un’idea più approfondita riguardo gusti e preferenze dei nostri utenti.
Incrociando i dati delle ricerche, abbiamo esplorato un po’ più a fondo quali sono le serie tv più amate (tra quelle inserite per scoprirne di nuove da iniziare), e da quali città provenga la maggior parte del traffico.
Non ci siamo fermati soltanto qui: abbiamo analizzato i dati più a fondo, per scoprire quali sono le serie tv più viste nelle principali città italiane.
A ogni città, la sua serie insomma.

Alcuni dati ci hanno sorpreso, altri meno, ma siamo davvero curiosi di sapere cosa accadrà nei prossimi mesi, quando sarà disponibile (manca pochissimo!) anche l’App di TV Tips.
Nell’infografica di questo post, trovate le informazioni principali che abbiamo estrapolato.
(Scarica l’infografica)

Infografica sulle serie tv
Le serie tv più viste negli ultimi sei mesi

Per esempio, scoprirete che tra le 50 serie più inserite su TV Tips, per trovarne di affini, a vincere su tutte è Breaking Bad, la serie con Bryan Cranston e Aaron Paul conclusa nel 2013. Al secondo posto, un evergreen, LA serie intramontabile per eccellenza, Lost, seguita da un’inaspettata Westworld, lo show HBO che ha riscosso un enorme successo lo scorso autunno.

A contendersi i posti alti della classifica, le serie tv disponibili in Italia, principalmente su Netflix e Sky Atlantic, come Stranger Things e Black Mirror o The Young Pope e Game of Thrones, un’ulteriore conferma, semmai servisse del fatto che le principali OTT del mercato italiano, al momento siano queste due, senza competitor altrettanto validi al momento.

Le città con il maggior traffico di ricerca, presumibilmente quelle in cui si guardano più serie tv quindi, stando ai nostri utenti, sono Milano, che si piazza al primo posto, seguita da Roma, Bologna al terzo, Napoli e in quinta posizione Palermo.

Anche “geograficamente parlando”, la serie più amata resta Breaking Bad (è la serie più cercata a Milano e Napoli), mentre a Roma la preferenza va al Trono di Spade.

Sorprendenti i dati su Bologna e Palermo, dove gli show più visti sono rispettivamente – e inaspettatamente – The Catch e Supernatural.
Chi l’avrebbe mai detto? Bologna propende per le serie più di nicchia (seppur poco riuscite) di Shonda Rhimes, mentre nella patria delle arancine, ad aggiudicarsi la prima posizione è una delle serie più longeve di tutti i tempi, come Supernatural appunto, giunta ormai alla sua tredicesima stagione.

Sorprende che tra le prime 50 serie tv più cercate ci siano grandi assenti come Grey’s Anatomy e Twin Peaks (nonostante l’attesa per il remake sia altissima), mentre non stupisce trovare pietre miliari come Friends e Mad Men, ancora una volta, tra gli show più amati di tutti i tempi.

Con l’arrivo di altre grandi novità prossimamente sui principali network americani e italiani, chissà tra altri sei mesi come cambierà la fotografia di questa Italia “seriale”.

Chewing Gum: la serie perfetta per un po’ di sano binge watching

Chewing Gum la serie perfetta per il binge watching
Chewing Gum su Netflix

Netflix ha rilasciato la seconda stagione di Chewing Gum, una delle sue serie più divertenti e irriverenti, seppur poco conosciuta e apprezzata dal grande pubblico.
La prima stagione di questa comedy inglese (in onda su E4 e inserita in seguito tra “le originali Netflix”) è composta da sei episodi e si vede in tre ore circa, perfetta insomma per il binge watching.
Scritta e interpretata da Michaela Coel, poetessa, cantautrice, sceneggiatrice e attrice, Chewign Gum racconta il coming age, in “leggero” ritardo, di Tracey Gordon, ventiquattrenne dalle origini ghanesi che vive in un quartiere molto popular alla periferia di Londra.
Tracey lavora come commessa in un drugstore, è ancora vergine, sua madre è una cristiana pentacostale praticante e sua sorella un’adolescente bigotta e introversa.
Tracey è sfacciata, estrema e impacciata, sia nella vita che nei suoi rapporti affettivi e sentimentali.
Il suo spirito guida è Beyoncé, e le sue giornate sono un susseguirsi di situazioni paradossali e completamente non sense, anche e soprattutto nel momento in cui decide di perdere la verginità, dopo aver scoperto che il suo fidanzato è gay.

Ogni azione normale, diventa, con Tracey, esilarante e bizzarra: quando comincia a uscire con Connor (Robert Lonsdale), vicino di casa bianco e squattrinato, per esempio, tutto si trasforma in un pretesto per sovvertire ogni stereotipo razziale e la situazione, già di suo pittoresca, diventa ancor più comica a stravagante.
Tra contraddizioni di ogni tipo, da quelle sessuali a quelle razziali, e tra paradossi sociali e comportamenti estremi, Chewing Gum riesce a far ridere a crepapelle, senza trascendere e diventare mai bacchettona e senza dispensare pietismi gratuiti.
È una serie che fa ridere: a crepapelle e ad alta voce.
In perfetto stile slapstick comedy, la serie sfrutta il linguaggio del corpo, grazie all’innata espressività plastica di Michaela e si articola intorno a gag tanto semplici quanto efficaci: la scrittura riesce a essere contemporaneamente surreale e realistica. Nonostante le innumerevoli situazioni paradossali e insensate, la Coel mantiene uno stile brillante e incredibilmente “vero”.
Se da una parte descrive in maniera schietta e spesso imprevedibile le imbarazzanti abitudini sessuali dei protagonisti della serie, dall’altra non trascura il racconto della vita di periferia, dove si sopravvive alla bell’e meglio, con poche risorse e arrabattandosi come si può.
Chewing Gum non è una serie all’acqua di rose: affronta tematiche sessuali e razziali senza troppi fronzoli, con un’irriverenza che poche serie possono vantare.
La Coel diventa, forse volontariamente o forse no, portavoce di una nuova rivoluzione sessuale nel mondo della tv: seppur ancora vergine e totalmente inesperta a letto, Tracey si dimostra per certi versi, molto più emancipata e trasgressiva di altri personaggi simili (e ben più famosi di lei), come Samantha (Kim Cattrall) in Sex and the City o Hannah (Lena Dunham) in Girls.
Un gioiello di serie, tanto sfacciata quanto irresistibile.