Sarah Jessica Parker torna in tv con Divorce, la nuova serie della HBO

Divorce HBO
Sarah Jessica Parker e Thomas Haden Church in una scena di Divorce

Sono trascorsi dodici anni dalla fine di Sex and The City (film discutibili a parte).
È passata una vita dal giorno in cui molte di noi, tra lacrime e sorrisi, si sono rassegante a dire addio a Carrie Bradshaw e alle “ragazze”.
Da quel giorno, a parte una comparsata in alcuni episodi di Glee nel 2013, anche Sarah Jessica Parker è sparita dal piccolo schermo per dedicarsi ad altro, tra romantic comedy al cinema e Bitten, la sua linea di moda low cost.
Separarsi da Carrie & Co. non è stato facile, e ancor oggi, ogni volta che un episodio di Sex and The City passa in tv, siamo tutte lì, diverse rispetto a dodici anni fa, ma sempre pronte a ripetere le battute a memoria e a emozionarci come fosse la prima volta.
Quando alcuni mesi fa arrivò dagli States la notizia che SJP sarebbe tornata sul piccolo schermo protagonista di una serie, all’entusiasmo generale, sono seguite a ruota aspettative altissime.
Il 9 ottobre, ha debuttato così sulla HBO Divorce, black comedy ideata da Sharon Morgan, che vede la Parker protagonista al fianco di Thomas Haden Church (premio Oscar per Sideways) e Molly Shannon (l’indimenticabile Val di Will & Grace).
Lo show ha conquistato subito il pubblico americano, convincendo i produttori a rinnovarla, dopo pochi episodi, per una seconda stagione, e ha debuttato in Italia domenica 27 novembre, su Sky Atlantic.
Questa sera, alle 22.55, dopo le nuove puntate della terza stagione di The Affair, il secondo episodio, e l’appuntamento resterà fisso di mercoledì.
Il titolo racconta da sé di cosa tratti la serie: una coppia in procinto di separarsi, con tutto ciò che un divorzio porta con sé, rimpianti, rimorsi, colpe e responsabilità.
Di cliché però, in Divorce ce ne sono in realtà meno di quanto potremmo aspettarci, e quelli presenti sono ribaltati rispetto a ciò che siamo abituati a vedere nei film o in altre serie.
La prima differenza fondamentale è che, differentemente da quanto s’immagini, la vittima al centro della vicenda, non è Frances, la donna interpretata dalla Parker, bensì suo marito Robert (Haden Church appunto), mollato e tradito un po’ per noia un po’ per abitudine.
Veniamo brevemente alla trama di questa comedy che tanto comedy, in fondo non è: Frances e Robert sono sposati da oltre dieci anni e hanno due figli adolescenti, due lavori stabili ma poco gratificanti, aspirazioni e sogni repressi.
Questo basterebbe già, nella maggior parte delle coppie, a metter fine al matrimonio, mettiamoci anche le scappatelle di Frances con l’intellettuale di turno, e il gioco è fatto.
Una cena tra amici finisce col botto, letteralmente visto che il botto proviene dalla pistola con cui Diane (la Shannon)  spara in aria colpendo per sbaglio il marito nel tentativo di calmare gli animi durante un’accesa discussione: lo stesso sparo risveglia dal torpore i sentimenti di Sarah, che la sera stessa chiede al marito il divorzio.
Il caso vuole che il giorno successivo, per via di un banale cellulare “galeotto”, Robert scopra anche la relazione extraconiugale con “J” e sbatta Frances fuori di casa minacciando di rovinarla.
Senza spoilerare troppo sugli episodi successivi, quello che scaturirà da questa situazione alquanto tipica, è una storia a metà tra La Guerra dei Roses e una commedia alleniana.
Perché pur non essendo coinvolto, Woody Allen è nell’aria, molto più in Divorce che non in Crisis in Six Scenes (la poco fortunata comedy scritta per Amazon) soprattutto quando la serie riesce a far sorridere, il più delle volte amaramente, raccontando e sviscerando gli eventi con un umorismo nero cinico e sagace, tipico di Allen.
Perché Divorce, ribaltando alcuni cliché, racconta un tema triste come la fine di un amore, e amaro, viste le lotte legali che vedranno coinvolti i nostri protagonisti, strappando però ogni volta un sorriso.
La Parker lo ha definito “onesto, straziante e divertente”, ed è davvero così: perché “divorzio” non fa rima soltanto con tristezza o fallimento, ma anche con comico, assurdo, ridicolo, come tutte le disavventure che capiteranno a Frances, che consapevole di essere colpevole – perdonate il gioco di parole – le accetterà tutte di buon grado
Se nel primo episodio la sensazione è quella di trovarsi di fronte Carrie, in un’altra vita, come fossimo di fronte a Sliding Doors per intenderci, proseguendo la situazione cambia.
Nelle puntate iniziali ci sembrerà di vedere la Bradshaw  più vecchia di dieci anni, incapace di gestire le proprie emozioni e impacciata con i bambini, sempre bellissima e in forma, senza Manolo e Prada ma in splendidi abiti vintage, perfetta anche appena sveglia, con la piega fatta e i calzettoni trendy che comunemente si indossano per la palestra.
Negli episodi successivi però, complice una scrittura del personaggio ben studiata e contrastante con quella di Sex and The City, Sarah riesce a lasciarsi Carrie un pochino (non esageriamo, su) alle spalle, e alla lunga, seppur faticosamente, l’esigenza di un confronto a tutti i costi, si fa finalmente da parte, permettendoci così di goderci questa comedy tagliente e irresistibile.
E chissà, forse se Carrie alla fine di Sex and The City avesse sposato Aidan anziché Mister Big, oggi sarebbe proprio come Frances.

L’età dell’oro della serialità italiana: da Romanzo Criminale a The Young Pope

The Young Pope
Jude Law in The Young Pope la serie tv di Paolo Sorrentino

Poco meno di un paio di mesi fa, il Wall Street Journal, per decantare The Young Pope di Paolo Sorrentino, gridava alla “Italy’s Television Renaissance” in un articolo firmato da Tobias Grey che trovate qui.
Prima del Wall Street Journal, sul tema, si erano espressi anche giornalisti di testate altrettanto illustri, come la francese Les Echos e  il The Economist, tutti accomunati dalla convinzione che la serialità italiana stesse vivendo la sua “età dell’oro” grazie soprattutto al coraggio dimostrato da Sky, nel produrre serie tv come Romanzo Criminale e Gomorra.
Un momento particolarmente fortunato per la tv nostrana, finalmente osannata anche all’estero non soltanto per i suoi prodotti cinematografici.
Ed è anche di questo argomento che si discute, in una domenica di novembre a Milano, nell’elegante Salone D’Onore della Triennale, in occasione dei tre giorni di incontri su temi legati a cultura e attualità, organizzati da Rivista Studio, sito e rivista cartacea, che quotidianamente affronta proprio queste tematiche.
Ospiti del panel in questione, “Raccontare Storie: Young Pope e gli altri – L’età dell’oro dello storytelling e dell’audiovisivo”, Ludovica Rampoldi (sceneggiatrice di 1992, Gomorra, In Treatment Italia), Nicola Maccanica (distribuzione cinematografica) e una delle figure più decisive del momento, proprio per ciò che riguarda la serialità italiana, Andrea Scrosati, vicepresidente Sky Italia.
A lui (e al suo staff chiaramente) il merito di essere riuscito in questi anni a innalzare la qualità della fiction pregiata, mettendola al pari delle migliori serie americane, inglesi e nordeuropee, tanto da spingere il Wall Street Journal, appunto, a parlarne positivamente.
Ma quali sono le serie più “gettonate” all’estero e al centro del dibattito?
Innanzitutto la più recente The Young Pope: inutile sottolineare ancora una volta, quanto, dopo La Grande Bellezza e Youth,  l’ossessione estetica nella regia di Sorrentino riesca a far breccia nel cuore degli americani, scatenando in loro una tempesta di emozioni.
E poi ancora Gomorra, 1992, Romanzo Criminale: criminalità e politica attraggono il pubblico di tutto il mondo, nonostante le barriere linguistiche o geografiche.
E al centro del dibattito, anche questa questione, tra le tante: se davvero possa essere così impossibile, in futuro, riuscire a catturare l’attenzione della critica, anche su prodotti italiani che non abbiano al centro temi legati necessariamente a mafia, violenza e bustarelle.
Solo il tempo potrà darci una risposta e Scrosati rassicura il pubblico affermando che presto, sulle reti Sky, assisteremo alla messa in onda di serie che spazieranno su diversi generi, a partire dallo sci-fi, nonostante, tra i titoli più attesi, ci siano prodotti come Calciopoli e I Diavoli sulla crisi economica del 2008, che non sembrano discostarsi troppo da temi sopra citati.
Dopo Gomorra e Romanzo Criminale sembra che l’obiettivo sia quello di non proseguire con il riadattamento televisivo di opere tratte da libri o film, ma di dedicarsi a opere originali, esattamente come successo per 1992, e come avverrà con il sequel 1993, il primo esempio, come sottolineato dalla Rampoldi, di una serie basata sia su fatti reali che di fantasia, dove accanto a personaggi fittizi, sono narrate le vicissitudini di personaggi politici italiani dei giorni nostri.
Non solo Sky però, anche la Rai, dal canto suo, sta cercando, con maggiore fatica certo, di accaparrarsi uno spicchio di pubblico più esigente, strizzando l’occhio alla fiction internazionale, con le ultime produzioni, l’epopea dei I Medici, Rocco Schiavone con Marco Giallini e la trasposizione televisiva de La Mafia uccide solo d’estate di Pif.

Cosa differenzia tutti i prodotti citati finora da quelli precedenti?
A detta di tutti gli ospiti del panel, indubbiamente la scrittura, l’elemento fondamentale che ha permesso da Romanzo Criminale in poi, alla serialità italiana di inserirsi prepotentemente in una fetta di mercato specifica, sulla falsariga dei noir o dei  political drama nordeuropei.
E proprio perché spesso, come lo stesso Scrosati afferma, i finanziamenti per alcune serie arrivano dall’estero, a una sceneggiatura originale e concreta, si possono quindi unire scenografia e regia da maestri, come avvenuto per Young Pope e l’intera ricostruzione del Vaticano e della Cappella Sistina a grandezza naturale per esempio. Perché se una serie è finanziata da investitori coraggiosi, anche la produzione deve dimostrare di possedere altrettanto coraggio nell’esportare quel prodotto all’estero senza venir meno alle aspettative, come nel caso di 1992, diffuso in oltre 26 Paesi.
Un momento quindi decisamente fortunato per i prodotti televisivi italiani, che giovano anche della situazione cinematografica del Paese che invece fatica e vacilla, considerando gli incassi dei film italiani che, tolti Suburra, Non essere cattivo, Jeeg Robot e La pazza gioia, restano stabili su cifre basse, come Maccanica afferma nel corso dell’intervista.
Quanto e come si riuscirà a mantenere alta la creatività dei nostri pochi sceneggiatori, è il dubbio che affligge tutti, ospiti dell’evento, pubblico e critica.
Questo momento fortemente creativo è destinato a durare o è soltanto un fuoco di paglia?
Si continuerà in futuro a scrivere e produrre serie tv di alto livello o l’originalità dimostrato finora andrà a esaurirsi e spegnersi in breve tempo?
Come detto nel corso di questo approfondimento, solo il tempo saprà darci le giuste risposte, e chissà che nel frattempo, anche gli altri player sul mercato, non decideranno di rimboccarsi le maniche e seguire l’esempio di Sky e della Rai.

 

Il cast di Gomorra
Gomorra

 

The Night Of – Un thriller mozzafiato con uno strepitoso John Turturro

The Night Of la serie
The Night Of

Non sempre tre indizi non costituiscono una prova.
Anche un omicida all’apparenza indifendibile, può essere innocente.
Scavare a fondo per scoprire la verità, può rivelarsi spesso una minaccia, talvolta una salvezza.
Tutto questo lo sa bene John Stone, avvocato newyorkese borderline e misantropo.
Uomo di mezza età solitario, divorziato e con un figlio che a malapena gli rivolge la parola; un uomo quasi dimenticato da tutti, che sceglie di sua volontà di circondarsi di prostitute anaffettive che gli facciano compagnia, e dottori di qualsiasi tipo alla disperata ricerca di una cura per il disturbo che lo affligge da anni: un eczema diffuso su tutto il corpo. L’individuo John Stone non è così troppo diverso dall’avvocato che è, che lavora mantenendo un basso profilo, occupandosi perlopiù di casi sociali limite e piccoli criminali da difendere in tribunale e a cui spillare poche centinaia di dollari, a volte anche meno.
Oppresso dalla ex moglie, vessato dai colleghi e risucchiato dalla società in cui, suo malgrado, è costretto a vivere, John se ne sta lì, nel suo appartamento a Manhattan, tra veloci avventure “prostitute&viagra”, notiziari in cui adocchiare il prossimo pollo da spennare, pomate e unguenti per guarire i rush cutanei, e musica italiana a tutto volume, da quella classica a capolavori d’altri tempi cantati a pieni polmoni da Mina e Gigliola Cinquetti.
È una notte d‘autunno, scura, cupa, fredda, quella in cui, mentre si aggira come d’abitudine nel distretto di polizia della zona, per accaparrarsi clienti, John incrocia uno sguardo che non lo lascerà indifferente, quello di Nazir “Naz” Khan.
Due occhi castani sgranati e tremanti, con le pupille dilatate: due occhi che difficilmente possono non destare la sensibilità di uomini come John, molto più umani ed empatici di altri, nonostante le apparenza.
Naz, studente universitario di origini pakistane, figlio di immigrati insediati da anni nel Queens, a Jackson Heights, se ne sta nella sua cella, dentro la tuta azzurra, i capelli folti scompigliati, e le mani che tremano.
A differenza di altri, non si lascia sconvolgere più di tanto dall’aspetto bizzarro di Stone, impermeabile lungo, maglione infeltrito e sandali aperti per lasciar prendere aria ai piedi, il punto del corpo maggiormente colpito dall’eczema.
Si crea subito empatia tra i due, un’empatia inspiegabile se vogliamo, dettata principalmente dall’esperienza sul campo di John e dalla totale confusione di cui è preda il ragazzo, accusato di omicidio.
Ciò che nasce in questa notte, è un rapporto confuso a tratti, a volte complicato, altre talmente sincero da ferire profondamente, come solo la verità sa fare.
Un rapporto che se in alcuni momenti rasenta quello tra padre e figlio, in altri non si schioda neppure con una cannonata da quello tra avvocato e cliente.
Un legame a prima vista privo di affetto, ma in verità profondo in maniera del tutto inaspettata che gioverà a tutti e due: perché a prescindere da come finirà, la storia di quella notte cambierà per sempre la vita a entrambi, risvegliando lati del carattere che fino a quel momento, ciascuno credeva seppelliti chissà dove.
Prima di essere una storia di omicidio, quella vissuta da Jack e Naz, è una storia sociale: una realtà come tante, che però anziché restare nascosta in una breaking news alla tv o in un trafiletto dei giornali locali, viene violentemente a galla e finisce sulla bocca di tutti, cittadini, stampa, opinione pubblica.
Una storia di diversità e pregiudizi, di qualunquismi e preconcetti.
Una vicenda simile a tante altre, soprattutto in una metropoli come New York, dove razzismo, microcriminalità e abusi sono all’ordine del giorno.

John Turturro e Riz Ahmed in The Night Of
John Turturro e Riz Ahmed in The Night Of

Cosa puoi fare quando non puoi avere la certezza della verità?”

Rassegnarti, senza arrenderti.
Provarci, sapendo che fallirai, ma provarci ugualmente, con la consapevolezza che forse dovrai accettare dei compromessi strada facendo.

Questo, e tanto altro in The Night Of, miniserie HBO in otto episodi, in onda da venerdì 25 novembre alle 21.15 su Sky Atlantic, a prendere il posto lasciato vuoto da Sorrentino e dal suo discusso The Young Pope.
La serie, ispirata al romanzo inglese Criminal Justice di Peter Moffat, è scritta e diretta da Steve Zaillan, premio Oscar per la sceneggiatura non originale in Schindler’s List, con alla “penna” , in alcuni episodi, Richard Price, autore crime che vanta collaborazioni con Martin Scorsese e Spike Lee.
Un grande prodotto per il piccolo schermo: definire questa serie semplicemente “thriller” sarebbe davvero riduttivo.
lI pilot di The Night Of non ha nulla da invidiare a prodotti cinematografici di altissimo livello, e potrebbe essere esso stesso un film di un’ora e un quarto con un finale aperto.
Lo stile registico mantenuto nell’arco di tutti e otto gli episodi sfiora la perfezione, e raggiunge, in alcune inquadrature, una ricercatezza estetica introvabile in altre serie.
E tutto funziona come nelle migliori orchestre sinfoniche in questo show, perché alla regia d’autore, si accompagnano sceneggiatura e dialoghi armoniosi, fotografia e colonna sonora studiate in ogni minimo dettaglio, e un cast che molti produttori sognano di notte.

A sorprendere è sì Riz Ahmed nei panni di Naz, che all’alba dei suoi 34 anni resta ancora sconosciuto nonostante piccoli ruoli al cinema e in tv, e la sua bravura in questa serie, ma la verità, innegabile, è che The Night Of senza di lui, senza John Turturro nei panni di Stone, non sarebbe quel capolavoro che è.
Perché diciamocelo: questo show è la novità migliore dell’anno, un gioiello, una serie imperdibile e di una qualità estrema.
E non so quale altro attore avrebbe saputo interpretare un personaggio atipico e controverso come quello di Stone in maniera magistrale come Turturro.
Perché in fondo è tutto lì, racchiuso in quei pochi minuti che ci raccontano il legame tra quest’avvocato misantropo e un gatto randagio che tanto lo fa stare male, ma di cui non riesce a fare a meno.
Di cosa sto parlando?
Guardate The Night Of,  lo capirete da soli.

John Turturro in una scena di The Night Of
John Turturro in una scena di The Night Of

 

This Is Us: la serie evento dell’anno

This Is Us su Fox Lif  e la serie evento dell'anno
This Is Us

Raccontare storie semplici, di pura vita quotidiana, con problemi familiari annessi, non è mai stato facile. Non soltanto nei romanzi o nei film, ma anche nelle serie tv, risulta spesso difficile descrivere momenti unici nella loro semplicità senza risultare noiosi o melensi e creare empatia con lo spettatore.

Alcuni family drama apparsi sul piccolo schermo in questi ultimi anni, si sono rivelati capaci di realizzare quest’impresa, Brothers & Sisters prima (2006 -2011), Parenthood (2010 al 2015) poi.

Shonda Rhimes a parte, ed escluso quindi il suo intramontabile Grey’s Anatomy, chi ama le serie strappalacrime, non può perdersi l’appuntamento di questa sera alle 22 su Fox Life per la prima puntata di quella che da alcuni è già stata definita “la serie dell’anno”, capace di racchiudere in sé tutte le caratteristiche sopraccitate: This is Us, (traducibile in “questi siamo noi”).

Trasmessa sulla NBC, la serie aveva registrato un hype altissimo già nei mesi che hanno preceduto la messa in onda: oltre 120 milioni di visualizzazioni per il trailer su YouTube, e non soltanto perché in un fotogramma era possibile scorgere il (bel) lato B di Milo Ventimiglia.

Creata da Dan Fogelman, sceneggiatore di Galavant per ABC, e di Cars e Crazy Stupid Love, e con la coppia Glenn Ficarra e John Requa, alla regia (con lui nel fortunato lungometraggio con Ryan Gosling), la serie è giunta attualmente negli USA al settimo episodio, registrando un ottimo seguito di pubblico (2.5 di ratings medio nel pubblico 18-45) ma soprattutto pareri entusiasti e positivi da parte della critica.

This is Us racconta la storia dei gemelli Kate e Kevin e del loro fratello adottivo Randall.

L’ intreccio narrativo è caratterizzato da flashback negli anni Ottanta e repentini salti nel presente, e la sceneggiatura è scritta con ogni minimo particolare utile a lasciarci conoscere piano piano non soltanto i tre protagonisti, ma anche i loro genitori, Jack e Rebecca, e la serie di incontrollabili eventi che li condussero all’adozione e alla movimentata vita che solo tre bambini in giro per caso riescono a creare.

In un sali e scendi di emozioni spesso contrastanti, c’è tanto umorismo in This is Us, ma anche tanto cuore, e non di rado ci si può ritrovare, da una risata improvvisa al fazzoletto in mano e in singhiozzi di fronte a qualche scena.

Questi siamo noi”: non soltanto i protagonisti della serie, ma anche gli sceneggiatori e noi spettatori, inchiodati davanti alla tv, sempre più curiosi in ogni episodio, di scoprire cosa è accaduto nelle vite di Jack, Rebecca, e dei loro figli, che nel presente hanno ormai trent’anni, la loro vita, i loro problemi e i pensieri di ogni giorno.

L’empatia è la chiave di questa serie: un legame innato e naturale che lega i protagonisti sullo schermo agli spettatori sulla poltrona, e ai quali consente di instaurare un rapporto profondo con questi personaggi sì di fantasia, ma incredibilmente reali.

Perché proprio quella stessa semplicità che c’è alla base della serie, fa sì che questa diventi inevitabilmente tangibile.

La storia al centro di This Is Us è la storia di una famiglia come tante, con le sue normali difficoltà, i problemi di ogni giorno, i rapporti a volte tesi e difficili, altre fluidi e affettuosi.

Ci sono le liti, le incomprensioni, le risate e le grida; l’amore, l’odio, la comprensione, l’invidia.

C’è tutto quello che è racchiuso dentro quattro mura domestiche, là, dove “tutte le famiglie felici si somigliano e ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo” (Lev Tolstoj, “Anna Karenina”)

Ecco quindi che in This Is Us, ogni battaglia, lotta, difficoltà, si trasforma nell’inizio di qualcos’altro, perché tutto cambia nella vita, spesso per migliorare e diventare qualcosa di diverso e inaspettato.

E qui, aleggia nella serie un’indissolubile fiducia di fondo: nulla o nessuno è perduto, c’è sempre una seconda possibilità, una speranza di redimersi, all’infinito.

Senza mai precludere un finale positivo per le storie raccontate, la serie, coraggiosamente, ci prova a portare sullo schermo una ventata di ottimismo, che in effetti, oggi manca a molte altre serie.

E magari non sarà del tutto veritiera, visto che le storie dal finale amaro sono ormai quelle preferite dal pubblico, ma ci voleva un prodotto come questo per far tornare noi spettatori a commuoverci e a sperare, ancora una volta in un lieto fine, seppur semplice che sia.

 

 

Benvenuti su TV Tips!

Guardo serie tv da quando avevo 12 anni (oggi ne sono passati un bel po’) e su Italia1 andavano in onda Beverly Hills 90210 prima, e Melrose Place dopo, rigorosamente in seconda serata, per via delle tematiche affrontate, molto più azzardate. Del resto, era la fine degli anni Novanta, doveva scorrerne ancora di acqua sotto i ponti delle serie tv.
Ancora li chiamavamo telefilm, li registravamo in vhs e i dvd o lo streaming neanche sapevamo cosa fossero. Toccò in seguito a Friends, appuntamento fisso per me e mio fratello, in seconda serata su Rai2.
E sulla stessa rete, qualche anno dopo, Felicity, una delle serie meno conosciute dal grande pubblico, creata da J.J. Abrams e interpretata dalla stessa Keri Russel che oggi in molti seguiamo in The Americans.
Arrivò poi Sex and The City, amicizia, sesso e donne indipendenti: una ventata di freschezza nel panorama televisivo generalista. Era il 2000 e andava in onda a mezzanotte su quello che all’epoca ancora si chiamava Telemontecarlo.

E l’anno dopo, James Gandolfini nei panni di Tony Soprano sbarcò sul piccolo schermo portando con sé la serie, The Sopranos appunto, che il New York Times definisce come “la più grande opera della cultura pop americana dell’ultimo quarto di secolo”.
Iniziarono poi a susseguirsi i pomeriggi del sabato che ricordo sempre con allegria, in compagnia di teen drama indimenticabili quali Dawson’s Creek e One Tree Hill, passando per Buffy e Roswell: incetta di storie d’amore adolescenziali, con un pizzico di sci-fi e melodrammi infiniti.
Il giro di boa, nella prima parte degli anni 2000, avvenne con Lost, quella che per me, e molti altri, rappresenta “LA” serie, la linea di confine vera e propria, il limite ultimo dove l’interesse per i telefilm, sfocia nell’ addiction, un’ossessione, chiamiamola come vogliamo (estromettendo però l’eccezione negativa del termine).
Il nascere di quella che più tardi i critici avrebbero definito come la Golden Age della TV, coincide così col sorgere di prodotti adatti più o meno a tutti, capaci di attrarre un pubblico, cresciuto a pane e tv, ormai più esigente e smaliziato.
È il turno di serie quali OZ, The Wire, The Shield, 24, House MD, Desperate Housewives, prodotti diversi tra loro, con una caratteristica ben precisa in comune: una sceneggiatura di altissima qualità.
L’arrivo dello streaming (più o meno legale), ha mischiato le carte in tavola e allargato gli orizzonti di tutti gli addicted: più serie per tutti in qualsiasi momento.
Le serie hanno invaso così la mia vita quotidiana ancor più che in passato, rompendo gli argini, diventando una vera “droga”, una passione che andava oltre il piccolo hobby del sabato pomeriggio.
Divennero argomento di dibattiti sempre più accesi con amici per lo più virtuali, su forum e blog, o conversazione al centro delle serate con quelli in carne ossa: Lost per esempio, era sulla bocca di tutti, ciò che la serie di Abrams riuscì a scatenare nel mondo del web e in quello reale resterà per sempre nella storia della tv.
Con gli anni le serie sono diventate anche un tassello fondamentale del mio percorso lavorativo, e oggi, dopo aver trascorso ore e ore davanti alla tv, al computer, al tablet, sono innumerevoli i titoli che posso annotare tra i miei preferiti.
Da Breaking Bad a Dexter, da Shameless a The Walkind Dead, passando per Sons of Anarchy o House of Cards, la lista è veramente infinita: serie indimenticabili, saghe lunghe decine di stagioni, telefilm brevi, drama, medical, fantasy.
Ogni serie, a modo suo, ha quel potere “magico” nella mia vita che nessun altro passatempo ha mai potuto eguagliare: riuscire a non annoiarmi mai, a tenermi legata alla storia, rapita dalle immagini.
Ogni stagione tanti nuovi pilot da provare, nuovi personaggi a cui affezionarsi, nuove storie con le quali emozionarsi, e staccare la spina dalla realtà.
Nuove piattaforme cui attingere per vedere prodotti originali, nuovi modi di fruire dei contenuti stessi, adattabili ormai a ogni situazione della vita quotidiana.
Le serie da pausa pranzo, da weekend, gli appuntamenti fissi con la messa online in contemporanea, il rischio costante dello spoiler, la social tv: tutto è cambiato e continua a farlo in maniera velocissima, in modo da arricchire un mondo già di per sé ricchissimo.
Da qui, da questo mio amore innato e viscerale per questo tipo di narrazione, l’idea di TV Tips: perché in tutti questi anni, amici e conoscenti, hanno sempre potuto contare su di me per un consiglio seriale.
Ho appena finito Desperate, che serie inizio?!
E adesso che ho finito Breaking Bad che guardo?
Senza Sons of Anarchy non so stare.., che serie inizio?
Sorrido al pensiero di quante volte mi siano state rivolte domande simili.
Perché quindi non condividere con tutti la mia passione?
Perché non mettere a frutto l’esperienza maturata negli anni e suggerire a chiunque voglia un consiglio su che serie iniziare?
Non c’è una macchina o semplice algoritmo dietro TV Tips, ma le serie che ho amato o odiato, quelle che mi hanno fatto piangere, riflettere, disperare. Quelle che inizio appena debuttano sullo schermo e quelle a venire.
Ce ne sono parecchie, al momento più di 350, sicuramente non tutte, ma abbastanza per iniziare.
Cosa vorrei? Che vi divertiste e che riusciste a trovare la vostra serie del cuore, com’è successo a me innumerevoli volte in questi anni, per divertirvi, emozionarvi e affezionarvi a storie che senza ombra di dubbio, se riusciranno ad arrivarvi al cuore, lì resteranno per molto tempo, come un grande amore o un caro amico.

E su questo blog, ogni tanto, parleremo di novità, dei vostri gusti, e di tanto altro ancora, e ogni commento, consiglio suggerimento, sarà graditissimo.

Buon divertimento amici seriali, e buona serie!